Questione di radici

Nei giorni scorsi ho avuto modo di riflettere sul concetto di appartenenza. Più si passa del tempo in un determinato posto, più si tende a mettere radici. È un processo inconsapevole, ma inevitabile. Si iniziano ad amare i luoghi, i colori, i rumori. Tutto diventa familiare, necessario indispensabile. Ti si scalda quasi il cuore, sentendo che la parola “casa” inizia ad avere una forma. Ovviamente, come in tutti i grandi amori, deve scattare quella scintilla che rende tutto magico e speciale: la luce del tramonto che si riflette sui Navigli, il dolce suono delle risate nei vicoli di Brera, la maestosità del Duomo sotto le stelle, il fruscio delle foglie degli alberi sul viale dietro casa.

E anche se tutto non è perfetto, Milano sei decisamente meravigliosa 

  

Uno stile impeccabile, a volte, non basta 

Una recensione seria partirebbe probabilmente in maniera diversa; prima viene il riassunto della trama, poi l’opinione di chi scrive. Al contrario, voglio mettere subito in chiaro una cosa: Youth è senza ombra di dubbio, un bel film. Potente, evocativo, meditativo, ricco, in cui la fervida immaginazione di quello che è attualmente il regista italiano più famoso all’estero trova piena realizzazione. 

Una recensione normale finirebbe così; invece, ho una serie di obiezioni che si possono facilmente riassumere in quest’affermazione: un superbo esercizio stilistico, ma nulla di più.