Il diario di una stagista

Mi rendo conto che con il mio povero blog sono decisamente incostante. Questa cosa un po’ mi sorprende, perché di solito in tutti gli altri aspetti della mia vita sono estremamente metodica e appassionata. Spesso però la vita “reale” ti risucchia in una sorta di vortice, e bisogna lasciarsi indietro qualcosa se si vuole riuscire a gestire il tutto al meglio.

Ora però, torno a scrivere. Una scelta consapevole e ponderata; questa volta non è una semplice necessità di svago o un banale vezzo artistico, ma sento il viscerale bisogno di utilizzare le parole come terapia, come cura, come sollievo da un momento della mia vita che non mi sta dando tutte le soddisfazioni sperate.

Riprendiamo lo sconclusionato racconto delle mie avventure esistenziali da dove l’avevano lasciato: una giovane neolaureata, desiderosa di costruirsi un futuro, di camminare con le proprie gambe e che insegue il sogno di una vita veramente indipendente. Questa allegra donzella, dopo aver passato un mese a mandare cv su cv, è riuscita a trovare uno stage nel proprio ambito, ovvero quello della traduzione, nella VBC (la Very Big City). Armata delle migliori intenzioni, parte per la VBC ma si scontra con la dura realtà dell’essere stagista: sfruttamento legalizzato allo stato puro, che comprende una paga da schifo e un’indifferenza imperitura da parte dei colleghi, che tengono in maggior considerazione la carta igienica del lindo bagno aziendale piuttosto che la nostra eroina.
In più, per completare questo quadro così squisitamente roseo ed idilliaco, la nostra povera stagista è in preda ad una discreta crisi esistenziale: si tormenta di domande sulle proprie effettive capacità professionali, iniziando a pensare di essere un’ottima incapace, e avendo paura di non saper affrontare un’amara realtà, ovvero il rendersi conto di non essere così brava quanto credeva/si aspettava.

Bentornati su questa pazza giostra, amici miei.