Impressioni

Pare che sia tornata su questi schermi.

Pare che almeno per anno avrò un lavoro.

Pare che inizierò a breve a imparare a suonare il pianoforte.

Pare che voglia ricominciare a viaggiare, da sola o in compagnia.

Pare che inizierò una dieta e la palestra per rimettermi in forma.

Pare che abbia finito l’ultimo libro di Ken Follett e che mi sia piaciuto moltissimo.

Pare che ci siano molte cose interessanti che bollono in pentola

Nessuno mi può giudicare

So che quello che sto per introdurre è un argomento decisamente spinoso e delicato, ma prima di addentrarmi nel merito, vorrei solo dire che questa è la mia semplice ed umile opinione personale.

Ultimamente in un momento di crisi così nera, sento molti politici e vari personaggi pubblici che si sono schierati contro la famosa fuga di cervelli all’estero. Con foga e passione, questi individui proclamano che il vero coraggioso è chi resta a lottare per il proprio paese, che non bisogna fuggire di fronte ai problemi e che ben presto ci risolleveremo da questo disastro.

Miei cari signori, io faccio parte di quella folta schiera di persone che in prima battuta ha deciso di restare e lottare. Tra pochi mesi sarà passato esattamente un anno dalla mia seconda laurea, e non ho ancora trovato un lavoro degno di questo nome, a parte qualche piccolo lavoretto sottopagato, che non ho mai disdegnato e che continuo a non disdegnare, ma stiamo parlando di sopravvivenza minima non di crescita professionale e di costruzione di un futuro concreto.

Si, sono arrabbiata. Sono arrabbiata perché a quasi trent’anni vorrei poter vivere con dignità del mio lavoro, vorrei poter vivere da sola, vorrei poter vedere ripagati almeno in minima parte i sacrifici dei miei genitori. E si, sono arrabbiata perché l’unica speranza per me, in questo momento di miseria e di disoccupazione, è quella di sperare di essere assunta per un piccolo lavoro stagionale che mi permetterà di mettere i soldi da parte per poter fuggire in Inghilterra, ricominciando da un master in formula part-time e con un lavoro che sarà la stessa università inglese a trovarmi.

Non mi sento una vigliacca perché in me si sta facendo sempre più profonda la convinzione di voler oltrepassare i confini del mio paese. Mi sento coraggiosa perché nonostante l’immensa delusione, la sensazione di fallimento e la paura di lasciare la mia famiglia e miei affetti più cari, ho ancora una gran voglia di lottare per la mia vita. Ho una gran voglia di alzarmi al mattino sorridendo al pensiero della giornata che mi aspetta. Ho ancora una gran voglia di sognare.

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L’autrice: il ritorno

Quando manco per molto tempo, la prima cosa che faccio istantaneamente è controllare l’ultimo post che ho pubblicato, in particolare la data. Giusto per evitare sciocche ripetizioni, che fondamentalmente non interessano mai a nessuno.

Riassunto delle puntate precedenti: ero stata assunta per fare la stagista a Milano; quest’avventura non si è conclusa favorevolmente. La motivazione? Ero stata chiamata per altri colloqui, e quindi non c’erano più i presupposti per continuare lo stage lombardo. Elementare, non trovate?

Morale della favola: lasciata a piedi dall’oggi al domani, i vari colloqui non hanno portato niente di buono. Quindi, sono felicemente disoccupata da metà novembre. O meglio, il mio nuovo lavoro è trovare diversi modi di passare la giornata, oltre ovviamente ad invadere gli indirizzi email di mezza Italia con il mio Cv.

Ecco perché sono tornata: in buona sostanza perché il blog mi mancava da morire, sia come esercizio intellettuale banale e di poco interesse a causa della povertà della mia scrittura, ma soprattutto come sfogo personale.

Per ora il 2014 non ha portato niente di buono, ma rimangono i miei buoni propositi: cercare di essere più positiva e meno polemica e far cambiare orientamento sessuale a John Barrowman (stupenderrimo Capitano Jack Harkness in Doctor Who e Torchwood).

Chi ben comincia…

Il diario di una stagista

Mi rendo conto che con il mio povero blog sono decisamente incostante. Questa cosa un po’ mi sorprende, perché di solito in tutti gli altri aspetti della mia vita sono estremamente metodica e appassionata. Spesso però la vita “reale” ti risucchia in una sorta di vortice, e bisogna lasciarsi indietro qualcosa se si vuole riuscire a gestire il tutto al meglio.

Ora però, torno a scrivere. Una scelta consapevole e ponderata; questa volta non è una semplice necessità di svago o un banale vezzo artistico, ma sento il viscerale bisogno di utilizzare le parole come terapia, come cura, come sollievo da un momento della mia vita che non mi sta dando tutte le soddisfazioni sperate.

Riprendiamo lo sconclusionato racconto delle mie avventure esistenziali da dove l’avevano lasciato: una giovane neolaureata, desiderosa di costruirsi un futuro, di camminare con le proprie gambe e che insegue il sogno di una vita veramente indipendente. Questa allegra donzella, dopo aver passato un mese a mandare cv su cv, è riuscita a trovare uno stage nel proprio ambito, ovvero quello della traduzione, nella VBC (la Very Big City). Armata delle migliori intenzioni, parte per la VBC ma si scontra con la dura realtà dell’essere stagista: sfruttamento legalizzato allo stato puro, che comprende una paga da schifo e un’indifferenza imperitura da parte dei colleghi, che tengono in maggior considerazione la carta igienica del lindo bagno aziendale piuttosto che la nostra eroina.
In più, per completare questo quadro così squisitamente roseo ed idilliaco, la nostra povera stagista è in preda ad una discreta crisi esistenziale: si tormenta di domande sulle proprie effettive capacità professionali, iniziando a pensare di essere un’ottima incapace, e avendo paura di non saper affrontare un’amara realtà, ovvero il rendersi conto di non essere così brava quanto credeva/si aspettava.

Bentornati su questa pazza giostra, amici miei.

Piccole speranze crescono

Entrata nel devastante vortice del post laurea e della consapevolezza che non sarà così semplice trovare qualcosa di pagato decentemente, ho iniziato ad inviare curricula con metodica velocità. Lista di contatti alla mano, dieci mail alla volta pronte, e mail sparate nel cyberspazio in men che non si dica.

Inutile dire che molti non hanno risposto, tanti altri mi hanno detto che per ora non hanno bisogno di nuovi collaboratori ma che archivieranno il mio Cv per esigenze future. Ho però raccimolato tre prove di traduzione da svolgere, e una di queste mi ha dato parecchia speranza. Svolgo e invio il tutto (dall’italiano all’inglese) e il titolare (un inglese) mi risponde “ah però, niente male per non essere la sua lingua madre” e che avevo passato la prova e quindi che spera di aver presto del materiale da inviare (ovviamente dall’inglese all’italiano; questo era solo un test per capire il mio livello di inglese).

Conoscendo la proverbiale incapacità degli inglesi di elargire complimenti con facilità, ho preso e portato a casa il risultato, segnando ieri come una buona giornata e sperando che anche i giorni futuri possano essere altrettanto buoni.